Il Nibbio, il film su Calipari
Baghdad, febbraio 2005. La seconda guerra del Golfo è ufficialmente finita da due anni – almeno secondo le dichiarazioni del presidente Bush jr. – ma le truppe americane occupano ancora l’Iraq, mentre la vecchia classe dirigente sunnita, legata al dittatore Saddam Hussein, è stata forzosamente estromessa dall’amministrazione statale. In questo contesto socio-politico tesissimo, all’interno di un Paese devastato, la giornalista Giuliana Sgrena, inviata de Il Manifesto, si muove in contesti problematici alla ricerca di notizie e testimonianze da riportare all’opinione pubblica italiana. È un lavoro delicato e rischioso, tanto che la giornalista è vittima di un rapimento da parte di un gruppo di combattenti, ben presto identificati come appartenenti alla componente sunnita. Da quel momento, si mettono in moto i Servizi segreti italiani, con il compito di riportare a casa la nostra connazionale rapita. E l’incarico viene affidato a Nicola Calipari, agente dei Servizi che già in precedenza era stato protagonista di simili trattative per conto del SISMI, come allora era denominata la nostra “intelligence”.
La breve, ma intensa vicenda della missione di Calipari per la liberazione di Giuliana Sgrena viene ripercorsa fedelmente nel film Il Nibbio (nome in codice dello stesso Calipari), ben diretto da Alessandro Tonda, perfettamente a suo agio sia nelle scene d’azione ambientate nello scenario iracheno (ottimamente ricostruito in Marocco), sia in quelle relative ai momenti “istituzionali” nella sede dei Servizi, sia soprattutto in quelle ambientate nel contesto familiare, vero valore aggiunto del film, perché ci consentono di andare oltre la semplice cronaca di quei giorni drammatici per svelarci la vita quotidiana di un uomo perbene, che svolgeva il proprio compito con abnegazione e senso del dovere, anche a costo di parecchi sacrifici personali. Uno di quelli che, con termine forse improprio, definiamo “eroe borghese”, persone che si fanno carico delle proprie responsabilità fino in fondo, con spirito di servizio verso gli altri e verso quell’ideale che chiamiamo Patria.
Il film, girato la scorsa estate, è una produzione italiana del 2025, uscito nella ricorrenza dei vent’anni di quella vicenda, ancora ben viva nel ricordo di larga parte dell’opinione pubblica, come dimostra l’accoglienza favorevole degli spettatori, grazie anche all’ottima qualità della pellicola, basata su una sceneggiatura documentata e puntuale, su ricostruzioni ambientali accurate, su interpretazioni solide e ben dirette da una regia precisa e attenta ai dettagli. La narrazione è infatti giustamente didascalica su date e personaggi, in modo da permettere al pubblico di entrare con facilità nella vicenda e seguirne gli sviluppi, mentre il già citato contesto familiare, esplorato con tratti essenziali, ma veritieri e profondi, ci porta a entrare istintivamente in empatia col protagonista e con la sua famiglia. Questo aspetto è essenziale per il film, che vuole appunto essere un omaggio a Calipari e alla sua drammatica vicenda, più che un affresco sulla complessa situazione geopolitica dell’Iraq nel contesto post-bellico, o sulle sue ripercussioni nella politica del nostro Paese. Infatti, se si ha la pazienza di stare a guardare lo scorrere dei titoli di coda, si potranno notare i ringraziamenti alla moglie e ai figli di Calipari, che hanno evidentemente contribuito ad arricchire la sceneggiatura con i loro personali ricordi, così come hanno fatto i funzionari dell’AISE – l’attuale servizio di “intelligence” italiano – per quello che riguarda il “dietro le quinte” istituzionale.
Ottima l’interpretazione corale di tutto il cast, a partire da uno straordinario Claudio Santamaria, completamente immerso nel personaggio grazie anche a un accurato lavoro di “trucco e parrucco” che lo rende identico a Calipari e accentua non poco l’aderenza della pellicola ai fatti ripercorsi. Dal canto suo, Sonia Bergamasco rende bene una Giuliana Sgrena vittima sgomenta e incolpevole, rapita nonostante la sua vicinanza al popolo iracheno, di cui cercava di testimoniare le dolorose condizioni. Attinenti al ruolo anche gli interpreti dei componenti dei Servizi e della redazione de Il Manifesto, ma ancora una volta occorre menzionare l’ambito domestico. Sono da sottolineare infatti le interpretazioni di Anna Ferzetti nel ruolo della moglie di Calipari, affezionata e consapevole del delicato ruolo del marito, e di Beatrice De Mei nel ruolo della figlia diciottenne, matura e intuitiva, impegnata in un confronto col padre affettuoso, ma ribelle al punto giusto, che consente anche di portare nella narrazione qualche breve istantanea sulle manifestazioni di popolo che all’epoca avevano accompagnato la vicenda.
In definitiva, un film che può a buon diritto essere inserito in quel filone che a volte definiamo “cinema civile”, che a distanza di vent’anni ci aiuta e ripercorrere una vicenda dolorosa, ma intensamente patriottica, senza tuttavia indulgere in tentazioni retoriche o melodrammatiche, conservando rigore e misura, ma riuscendo comunque a coinvolgere e a tratti commuovere lo spettatore. E dove il ruolo dei cattivi, più che agli iracheni, che in fondo si battono con metodi sbagliati per una causa giusta, spetta agli americani, inquadrati già all’epoca come arroganti, autoreferenziali e incapaci, tanto che non dovremmo assolutamente stupirci per quanto sta avvenendo oggi, con lo sconvolgimento geopolitico provocato dal nuovo presidente americano.
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